A Casalbruciato le tartarughe non c’entrano un cazzo. Ecco perché

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“Pensa un po’ che se doveva chiama’ Colle Fiorito”. Mio padre me lo racconta sempre quando parliamo di Casalbruciato e di come ci sono finiti lui, di viale Marconi, e mia madre, di San Lorenzo, ad abitare in questo angolo ameno di Tiburtina. Il comprensorio era ancora in costruzione, gli immobiliaristi promettevano piscine, campi da tennis e tutte le cose che promettono di solito ai futuri e ignari inquilini. Colle fiorito: in effetti di Casalbruciato ho sempre amato il clima, sotto casa mia, in particolare, c’è un’arietta anche d’estate che a pensarci bene mancano solo i fiori.

Inutile raccontare che del progetto iniziale ci sono rimaste solo le case, che dagli anni Settanta ad oggi sono già cadenti. L’area verde storica è sempre stata la Villa del Barone, dove da piccoli entravamo più o meno di straforo e c’era un tunnel che qualcuno millantava finisse addirittura a Boccea. Che per noi era sinonimo di Australia, dell’altra parte del mondo, un posto dove la gente come minimo cammina a testa in giù o mangia con le bacchette, oltre le Colonne d’Ercole e verso l’infinito. Perché la prima cosa da sapere sul quartiere è che un grande paese: c’è gente che non esce mai di qui e che ogni volta arriva in centro lo racconta come se fosse il viaggio di una vita. Di solito, però, noi bambini andavamo a giocare sull’asfalto davanti la chiesa, dove chi non aveva le ginocchia sbucciate, aveva qualcosa da nascondere.

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Il ninfeo romano di Casalbruciato, dall’esterno

Qualche anno fa hanno inaugurato pure il Parco Tiburtino: un fazzoletto di terra di cinquanta metri quadri che faceva parte di un progetto che avrebbe previsto una delle aree verdi e archeologiche più grandi della città. Già, perché a Roma “’ndo scavi trovi quarcosa”, come si dice, e qui a Casalbruciato non siamo da meno. In mezzo ai campi, oltrepassati terreni con le costruzioni abusive (forse condonate nel frattempo), c’è un ninfeo – con il tetto coperto da una lamiera, perché un tempo, lì dentro, furono ritrovati anche dei mosaici – e la villa di Aquilio Regolo, che pare fosse parecchio potente ai tempi di Nerone. Per un periodo lassociazione Radici, conosciuti nel quartiere come “La Cacciarella” o quelli del vicino centro sociale Intifada, ci organizzavano pure le escursioni. E tanto per mettere i puntini sulle “i” sulla stessa via c’è pure una radio, Radio città aperta. Insomma, non siamo proprio un incrocio tra Predappio e il Bronx, anche se Casalbronx è sempre stato il nomignolo più in voga per il quartiere.

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Mi ricordo che il giorno dell’inaugurazione di quella specie di parchetto mutilato, c’era il sindaco Alemanno, acclamato da tutti i tossici più tossici del quartiere, che al grido di “anvedi, oh, ce sta er sindaco”, accorrevano sul luogo del fatto. Perché nei quartieri questa voglia malata di apparire davanti a una telecamera, di partecipare a un evento, ogni tanto acchiappa qualcuno. Pensate che nelle proteste di questi giorni, tra i pochissimi residenti presenti, non è raro vedere uno che si dice sia morto e poi si sia risvegliato dentro la bara, un tipo che faceva la comparsa nei film di Verdone, uno che la telecamera la chiama, ci flirta, più di tutti gli altri. D’altronde vanno anche compresi: del loro mondo si racconta solo lo spaccio, qualche gambizzazione, il piromane seriale di Smart, gli autobus che prendono fuoco e il corniciaro arrestato perché avrebbe tenuto le armi delle Nuove brigate rosse (poi si è suicidato in carcere, una storiaccia). È voglia di apparire mista a conformismo, non è vera rabbia. È un “guardatemi ci sono anche io” e seguo lo spirito del tempo, caccio via l’immondo zingaro come fanno in tv. Nessuno invidia davvero la vita di una famiglia di rom bosniaci appena uscita dai campi, sanno tutti di aver avuto qualcosa in più di loro dalla vita. Ma finché c’è una telecamera pronta ad inquadrarli sorrideranno, come in “The Truman Show”.

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Autobus ignifughi

Che poi chiamare proteste queste, sarebbe fare un torto alla storia del quartiere. Qui i baraccati negli anni Settanta si ammassavano per entrare nelle case popolari, tutti “a spinta”, mai nessuno in lista. Mio padre e mio fratello mi raccontano di scene di guerriglia, con la polizia che tirava i lacrimogeni nel cortile e loro che dovevano tappare le finestre. Dicono che di fronte a noi c’era un colonnello dell’esercito che uscì con la pistola in mano e sparò cinque colpi in aria. Da quel giorno i baraccati non tornarono più nel nostro ccomprensorio, ma si riversarono negli altri.

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Le proteste degli anni Settanta

Qualche anno fa davanti la scuola di via Facchinetti era stato piantato un misterioso gazebo bianco. Visto che era il periodo in cui sbarcavano più migranti, tre personaggi di zona cominciarono a far circolare la voce che li volevano mettere lì sotto. In breve si radunò un piccolo capannello, che fu subito sgonfiato dalle insegnanti: serviva per fare una festa, nient’altro. Io ci ho scritto questo raccontino qui, deformando ed esagerando, ovviamente.

D’estate poi si andava tutti alla Festa dell’Unità alla Villa del Barone, che veniva subito dopo la festa del patrono (San Giovanni Battista). Più che altro si beveva romanella – due gocce ci bastavano -, si stava insieme, ci scappavano pure i primi baci.

Se dicessi che non riconosco più il quartiere mio, sarebbe una cazzata. È sempre un grande paese, un miscuglio di gente di ogni tipo che però si saluta tutti i giorni, dove gli africani che stazionano davanti ai supermercati accompagnano le vecchiette a casa senza problemi. Verso i rom, è vero, c’è sempre stato un odio atavico: la storia che rubano i bambini ce l’hanno raccontata a tutti da piccoli. Poi c’è chi ci crede ancora e chi no. Io so però che dentro quelle case popolari i sinti non sono entrati certo oggi, ma tanti anni fa. E vanno a braccetto con gli stessi stronzi che protestano, perché alla fine questo resta un paesone. Pieno di gente colta e ignorante, di destra e di sinistra, ma è una comunità. E le tartarughe, qui, non c’entrano un cazzo con tutto il resto.

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Alla politica italiana serve un Lenny Belardo

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Scrittori e religiosi si assomigliano. Non possono permettersi di risolvere il mistero altrimenti diventerebbero irrilevanti.

La politica italiana ha bisogno di un Lenny Belardo, di uno Young Pope. Un uomo – un uomo? – che riporti al centro della scena la liturgia, i riti, il mistero del potere e di chi lo detiene. Michele Serra nell’Amaca di oggi parla del consumo d’identità dei leader politici contemporanei. Desideravamo i De Gasperi e i Berlinguer perché apparivano nella scena pubblica di rado, mentre proviamo crescente repulsione per i Di Maio, i Renzi e i Salvini, che ci bersagliano continuamente non solo con le loro opinioni, ma anche con intermezzi di vita quotidiana in una diretta Facebook ininterrotta. Una tattica che paga nel breve periodo, ma rischia di rivelarsi logorante nel lungo, come dimostra la parabola dell’ex segretario Pd.

Viviamo un’overdose di normalità. Dov’è l’eccezionalità dei governanti? Non l’eroismo di De Gaulle, ma almeno l’aura di ammirazione che ammantava chi definiva Togliatti “il migliore di noi”. Il carisma del mistero è scemato nel tempo, già con la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. La sua occupazione “militare” dei principali programmi tv, l’irritualità delle condotte in pubblico – tra gaffe, barzellette e ballerine di fila – hanno rotto gli schemi del ceto politico: dall’estrema lontananza delle segrete stanze del potere della Prima Repubblica di andreottiana memoria si è passati alla prossimità del presidente onnipresente, imprenditore – operaio – donnaiolo (padre – figlio – spirito). Quasi etereo, bidimensionale, simile a un ologramma. Viveva nei saloni di tutti gli italiani, come nume tutelare o demone incantatore. Battuto, non a caso, soltanto dal suo opposto: Romano Prodi, evascenente sugli schermi e a suo agio nelle stanze del potere.

Conclusa l’era di Berlusconi – e del suo contrario – è toccato a Matteo Renzi impadronirsi della scena pubblica. La novità era la disintermediazione in tutti i campi e l’uso massiccio dei social per parlare direttamente ai suoi seguaci. Giornalisti e appassionati apprendevano contemporaneamente le novità sulle azioni di governo dal profilo del premier. I retroscena, ossessione dei quotidiani alla ricerca di un mistero residuo da spacciare al lettore, riguardavano per lo più il carattere del presidente e i rapporti tra la vecchia e la nuova guarda del partito.

Dopo l’interregno Gentiloni, un altro campione della calma, ecco Di Maio, ma soprattutto Matteo Salvini, che ha dovuto trasformare il suo messaggio di opposizione agli stranieri in qualcosa di più rassicurante. “Prima gli italiani”, ad esempio, che già suona bene. Ma è ancora troppo radicale, troppo connotato ideologicamente, troppo di “destra”, per un Paese che sarà pur cambiato, è vero, ma resta sempre la culla della Democrazia cristiana. La “Rivoluzione del buonsenso”, ecco. Chiudere i porti e lasciare annegare centinaia di persone è solo buonsenso. Rendere migliaia di richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria dei senzatetto è buonsenso. Sgomberare gli stabili occupati senza offrire un’alternativa alle famiglie coinvolte è buonsenso. Si ridisegnano i confini dell’etica, si normalizza il disumano.

Un’operazione che gonfia le vele della Lega, almeno nei sondaggi, e che sarebbe stata impossibile senza l’uso dei social network del “Capitano”. Rispetto all’altro Matteo, Salvini ne abusa per documentare la sua dieta, le sue vacanze al mare. Tra una birretta e un tramonto sembra dire: sono uno di voi. E aggiunge sotto: “Se voi ci siete, io ci sono”. E Di Maio? Si limita a inseguire. E via discendendo tutti gli altri: da Meloni a Di Battista. Ma è giusto inseguire questa trasparenza artefatta, costruita a dovere dai social media manager? O forse un leader capace dovrebbe ritirarsi nel mistero? Se le intendiamo come due polarità opposte, all’aumentare della finta normalità e prossimità dell’uomo politico al cittadino corrisponde il minor peso per i riti della democrazia e uno scarso rispetto delle istituzioni. Si licenzia una legge di Bilancio senza la possibilità di discutere in Parlamento, il Consiglio dei ministri è ridotto a un passacarte.

Oggi più che mai c’è bisogno di un leader che non sia sovraesposto, che sappia contemplare il mistero della potere, lontano come un dio dalla massa, che abbia un carisma, un’aura differente dai partecipanti di questo grande reality politico. Qualcuno che consideri tutto ciò che è pop una bestemmia. Un santo, un Lenny Belardo. Per combattere i peggiori serve il migliore. E forse un giorno potremo tornare alla normalità, quella vera.

Vikings, Ivar senz’ossa è l’eroe della differenza

vikings-Un comandante vichingo incapace di muovere le gambe, acclamato dal proprio esercito, conduce gli uomini in battaglia su un trabiccolo trainato da un cavallo bianco. È Ivar Ragnarsson, detto Ivar senz’ossa, figlio del re leggendario Ragnar Lothbrock, allevato dalla moglie, regina e strega Aslaug. Il suo nome è tramandato nelle saghe norrene e non è proprio sicuro che quel senz’ossa si riferisse alla sua condizione. Ma in Vikings è così e Ivar senz’ossa è un eroe, non nonostante la sua disabilità, ma anche grazie ad essa. In un colpo solo è uno schiaffo al pietismo e ad ogni forma di discriminazione.

Il punto è proprio questo: quando un uomo e una donna con disabilità sono protagonisti sul piccolo o sul grande schermo, di solito è a causa del loro deficit o della malattia. Sono dei disabili tout court, mai uomini, donne, padri, madri, medici, operai, avvocate o condottieri. In Vikings la menomazione fisica di Ivar è davanti agli occhi di tutti ma è solo una condizione e non la ragion d’essere del racconto.

La sua vicenda si svolge più o meno cosí: appena nato il padre decide di abbandonarlo nel bosco con un’ascia per difendersi, ma la madre lo salva, lo cresce e anche il grande Ragnar Lothbrock inizia a capire quanto quel bambino possa essere pericoloso e speciale, persino in una società dove i nobili conducono gli eserciti in battaglia.

Il grande re nota tutta la rabbia generata in Ivar dalla sua disabilità e capisce che altro non è che differenza, lo fa pensare in maniera diversa dagli altri, lo rende imprevedibile e temuto come l’ignoto. Quando lui mostrerà il desiderio di assomigliare al resto dei vichinghi, il padre gli ricorderà che il suo limite è la sua forza, perché da esso trae quella rabbia che, se incalanata nel giusto modo, può portarlo alla vittoria. Non deve, dunque, tentare di superarlo, né sfidare se stesso, diversamente da quanto propaganda qualche vecchia pubblicità. Deve accettarlo e al tempo stesso diventare più furbo e crudele di chi lo sottovaluterà.

Sono doti che dimostrerà in battaglia, dove sperimenterà tattiche mai usate prima, con l’esercito pronto a scomparire e riapparire sotto gli occhi dei nemici. Il suo ingegno polimorfo ricorda quello di Ulisse, la ferocia è quella che comanda Achille quando cerca di vendicare l’amante Patroclo. Il suo limite non è la disabilità, ma solo quella rabbia che spesso lo possiede, invece di essere posseduta. La forza che lo pervade è la stessa di cui parlava Simone Weil a proposito dei condottieri dell’Iliade e che, prima o poi, abbandona tutti.

Ma Ivar senz’ossa rimane l’eroe della differenza. Crudele, spietato e assettato di sangue, come gli altri protagonisti della serie. Eppure diverso da tutti, imponderabile.

Il labirinto di Bandersnatch e l’unico vero finale

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Siamo su un percorso. Adesso io e te. E La fine di un percorso è irrilevante. Quel che conta è come le nostre decisioni su quel percorso influenzano il tutto

Ho letto di cinque, sette, infiniti finali di Bandersnatch. Finali nascosti, finali a passo di gambero, finali dopo i titoli di coda, finali crittografati, finali persi nel vortice della rete. C’è chi si è sperticato nel calcolo di trilioni di percorsi differenti, trecento e passa ore di cammino per arrivare a chissà quante mete. Ma nel labirinto costruito da Black Mirror, meno intricato di quel che sembra, il senso non è alla fine né all’inizio, ma al centro, nello snodo fondamentale della storia. Perché è lì che è rinchiuso il Minotauro. Per uscire e accedere alla vera conoscenza bisogna prima ucciderlo.

Siamo a casa di Colin, il gamer più anziano, il mentore di Stefan, che ha già guardato sotto il velo. Dopo aver divinato la maggior parte dei segreti dell’episodio – quello che dice nel suo flusso di coscienza è tutto vero – parla della realtà di Pac-Man:

È tutto una metafora. Crede di avere libero arbitrio ma è intrappolato in un labirinto, in un sistema. Può solo mangiare. È inseguito da demoni probabilmente immaginari e anche se riesce ad uscire da un lato del labirinto, che succede? Rientra dal lato opposto. La gente crede che sia un gioco felice. Non lo è. È un mondo di merda e la cosa peggiore è che esiste e ci viviamo. È tutto un codice se lo ascolti bene puoi sentire i numeri. C’è un diagramma di flusso cosmico che dice dove puoi e non puoi andare. Io ti ho dato la conoscenza. Ti ho liberato. Capisci?

In apparenza Colin si rivolge a Stefan, condizionato dalle nostre scelte, verso cui cercherà di ribellarsi in un “finale” piuttosto kitsch. Ma in realtà siamo noi ad essere intrappolati nel labirinto di Pac-Man, dove Bandersnatch ci permette soltanto una serie di scelte fittizie – un diagramma di flusso cosmico che dice dove puoi e non puoi andare. Il labirinto è potenzialmente infinito, ma i percorsi sono segnati come i sentieri di montagna. Quella del libero arbitrio è un’illusione, si può solo continuare a mangiare – sembra di vedervi, mentre vi ingozzate davanti la tivvù -, a consumare, inseguiti da demoni immaginari, in una prigione che non contempla l’evasione: chi esce rientra dal lato opposto.

L’esatto contrario del labirinto minoico che, come suggerisce il grande filologo e filosofo ungherese Károly Kerényi, è il posto dove si trova la strada, non quello in cui ci si perde: un percorso verso l’illuminazione, un riemergere dal buio rinnovati, con la linea a meandro a segnare il cammino. Per questo l’unico vero finale che permette di uscire dal finto rompicapo è su quel balcone, in bella mostra, ma tocca a ciascuno trovarlo dopo aver esplorato ogni possibilità necessaria a capirlo.

D’altronde ce lo dice lo stesso Colin, non dobbiamo avere l’ansia di arrivare alla fine cronologica di ogni racconto. La fine di un percorso è irrilevante. La verità è nel cammino. Mia madre me lo ricordava ogni volta che mi divertivo a rivelarle i segreti dei suoi gialli: “A me non me importa, io vojo vedé come ce s’arriva”. Tipico di chi non cerca pacificazione e dunque una conclusione in una storia, ma un senso, un verso, un orientamento. E cosí può muoversi senza paura anche su sentieri interrotti, sottraendosi alla ricerca compulsiva del finale, all’effetto pac-man, da un lato, o alla rinuncia completa a comprendere, il bambino che spegne il videogioco, dall’altro.

Secondo diversi commentatori Black Mirror con Bandersnatch ha smesso di criticare il nostro rapporto tecnologia. Assolutamente falso. Forse ha rinunciato alla distopia, che proprio come l’utopia ha bisogno di essere ambientata in un altro mondo per esistere. Bandersnatch, invece, è ambientato nel vostro salotto, con l’illusione della libertà ad accompagnarvi in ogni scelta. Il diagramma di flusso è il substrato tecnologico, che già domina le vostre vite: il robot Rumba che ha la mappa di ogni angolo di casa, i frigoriferi intelligenti che sanno cosa mangerete, i cassonetti intelligenti che sanno cosa avete mangiato, i telefoni che custodiscono i vostri sordidi segreti, le assistenti vocali che vi conoscono meglio dei vicini.

Ma Bandersnatch vi ha dato la conoscenza. Vi ha liberato. Avete capito? O siete ancora lì a lamentarvi che Topolino pubblicava libri game già trent’anni fa, mentre regalate i battiti del vostro cuore a Runtastic, in tuta da corsa, sul solito percorso che l’app conosce a menadito?

Per disinnescare Matteo Salvini dobbiamo passare all’attacco

Convention dei governatori della Lega Nord con Salvini, Zaia, Maroni e Toti a Pontida

È vero: fino ad ora nei corpo a corpo, sulle questioni divisive, ci ha guadagnato solo Matteo Salvini. La campagna elettorale permanente non è certo un’invenzione di questo governo, ma oggi il rischio è che la malattia si cronicizzi.

Da ultimo Luca Sofri ha notato il funzionamento delle divisioni sui temi imposti al dibattito pubblico dal ministro degli Interni:

A dieci sta sul cazzo Roberto Saviano, per invidia di pubblici successi e presunti privilegi. Lo attaccano, arrivano in cento a difenderlo, e ora a mille sta sul cazzo Saviano, lo attaccano, in diecimila lo difendono e ora a centomila e così via.

Non siamo nel campo dell’ignoto: così funziona la nuova propaganda, che non è diversa dalla vecchia nei meccanismi, ma riesce a raggiungere più persone, senza intermediazione, viaggiando sui nuovi media. Come dimostrano gli studi del professor Quattrociocchi – prima all’Imt di Lucca, poi alla Ca’ Foscari di Venezia -, non siamo interessati al valore di verità di una notizia, ma tendiamo a ritenerla affidabile se conferma le nostre opinioni. Oggi vale più che mai il motto attribuito al tardo Nietzsche: “Non esistono fatti, solo interpretazioni”. Le ideologie sono morte, il consenso è volatile, eppure ancora preferiamo una rassicurante bugia a una verità che sconvolge il nostro piccolo mondo. Un meccanismo amplificato dalle timeline dei social network, che ci mostrano sempre più contenuti in linea con la nostra visione, sclerotizzando le posizioni. Insomma, vale poco ricordare a chi è convinto che le navi delle Ong siano colluse con i trafficanti di uomini che fino ad oggi non è emersa una sola prova in favore di questa tesi e che, anzi, è la Guardia costiera libica che cerca di frenare le partenze, ad avere i rapporti più stretti con le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico.

Allora, che fare? Bisogna davvero restare in silenzio, per non alimentare lo stesso fuoco su cui soffia il leader della Lega? Ignorare la propaganda di Salvini, può essere la mossa vincente?

Lo aveva suggerito Roberto Saviano prima dell’attacco del ministro degli Interni alla sua scorta. Salvo poi, dopo aver incassato il colpo, accusarlo di essere il “ministro della malavita”. In un video efficacissimo ha ricordato l’ultimo comizio a Rosarno del neoministro – collegio dove è stato eletto – con alcuni esponenti delle famiglie ‘ndranghetiste in prima fila, in cui non ha speso una sola parola sulle mafie. Insomma, Saviano non si è limitato al silenzio, ma è passato all’attacco: il ministro se la prende con i più deboli – giornalisti sotto scorta, migranti, rom -, ma non si occupa dei più forti: la criminalità organizzata.

Durante il comizio finale in piazza San Giovanni alla manifestazione contro le diseguaglianze del 16 giugno, il sindacalista dei braccianti Aboubakar Soumahoro, aveva affermato qualcosa di simile. “Lo dico senza polemica con nessuno – aveva spiegato – sento molti compagni che parlano della necessità di difendersi, ma noi non ci possiamo solo difendere, dobbiamo andare all’attacco”.

Andare all’attacco significa riconquistare le periferie nelle quali si è affermata la Lega, come il Cep di Pisa: spiegando a chi vive nelle case popolari che Salvini non tapperà le buche, non riparerà le fognature, né gli ascensori, perché il suo partito rappresenta gli industriali del Nord che vogliono la flat tax, una misura che avvantaggia i ricchi e danneggia i poveri sottraendo soldi alla spesa pubblica. Andare all’attacco significa chiedere al ministro che fine hanno fatto i 48 milioni di euro di rimborsi elettorali frutto della truffa di Belsito e Bossi, come campa il suo partito senza un euro in cassa e qual è il ruolo dell’associazione “Più voci” finanziata da Parnasi. Andare all’attacco non significa prendere di mira le classi popolari ingannate dalla Lega – mortificandole con argomenti del tipo “Sei ignorante perché hai votato a destra e con te non ci parlo” -, ma rovistare nelle pieghe del potere leghista, distruggere l’immagine da tribuno del popolo che Salvini si è creato, svelare il demagogo sotto la maschera.

Per andare all’attacco, però, c’è la necessità di essere credibili. Il Partito democratico con il governo Renzi ha sancito la rottura con le classi popolari, per dedicarsi alla difesa degli interessi degli industriali (leggi: Jobs Act). La vecchia classe dirigente deve farsi da parte, per permettere alle forze più vitali della società di emergere e contrattaccare.

 

L’Amaca di Serra e il pozzo di Talete

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Michele Serra è caduto nel pozzo di Talete. Il filosofo mitico, quello che nei licei, tanto cari all’autore, si studia per primo. Quasi a mettere in guardia gli studenti: se un malaugurato giorno volete iniziare a inseguire il sapere, non fate come lui. O almeno, non fate quel che di lui ci dice il Socrate platonico nel Teeteto: non camminate mai con il naso all’insù per guardare le stelle e comprendere i fenomeni celesti, se prima non avete ispezionato il luogo e non vi siete assicurati che non ci siano pozzi sulla vostra strada e servette di Tracia scaltre – con uno smartphone in mano, poi, diventano scaltrissime – pronte a ridere delle vostre buffe cadute nei paraggi.

Si tratta di un paragone da prendere con le lenti giuste, perché Platone quasi se ne fa un vanto: i filosofi sono talmente esperti nelle cose celesti, che a condire un piatto di pasta si trovano in imbarazzo. Dopo essere saliti tanto in alto, non si può scendere così in basso. Si parla dunque di conoscenza delle cause prime e degli scopi finali del mondo, non certo di sociologia.

Un sociologo, soprattutto uno di sinistra, dovrebbe evitare come la peste i pozzi di Talete. Invece di guardare il cielo, dovrebbe contemplare la servetta di Tracia fino al limite dell’amore che Pasolini ebbe per i suoi borgatari (e fermarsi su quella soglia: oltre, si diventa poeti). Il pozzo che è di fronte a lui è la distanza che c’è tra il popolo, il tanto vituperato e arrabbiato popolo, e gli intellettuali. Un bel problema, se il compito storico dei secondi, è spiegare nientemeno che la realtà che viviamo alle masse.

Una volta ero all’aeroporto di Girona, tornavo a casa squattrinato da una vacanza folle a Lloret de Mar. Avevo vent’anni all’incirca, poco meno o poco più. Tra i miei amici ero l’unico che sapeva un po’ di inglese. Come mia abitudine, però, mi ero attardato e uno di loro era andato avanti. La sua valigia pesava qualche chilo in più del limite consentito e l’impiegato dell’aeroporto cercava di chiedergli se intendeva pagare o trasferire il peso in eccesso nel bagaglio a mano. Lui, non capendo, iniziò ad urlare. L’uomo incurante passò la valigia pretendendo soldi che nessuno di noi aveva. Arrivato in cima alla fila, non riuscii a farlo ragionare. “Voi potete partire”, ci diceva, “ma lui no”. Il fatto è che tra amici di borgata nessuno lascia indietro nessuno. Ognuno può fare cose terribili all’altro, ma chi abbandona incorre nel disprezzo sociale: è “un infame”. Così chiesi i soldi a tutta la coda, con la promessa di restituirli all’atterraggio. Nessuno ne aveva, almeno a parole, finché spuntò una specie di santo con le “Confessioni” di Agostino da Ippona sotto braccio – noi eravamo tre senza dio – e ce li prestò. A Ciampino doveva passare a prenderci il padre del mio migliore amico. Litigammo sull’aereo perché lui non voleva chiedergli di restituire al “santo” quanto prestato: più per la mia tracotanza, che per i soldi in sé. Per tutta la vacanza avevo odiato il modo di fare dei miei amici, il fatto che urlassero contro cameriere, direttori d’albergo, impiegati dell’aeroporto. Solo quando sono riuscito a frappormi tra loro e l’interlocutore, sono riuscito a far ragionare entrambi. Alla fine il padre del mio amico onorò il debito per noi.

Serra non ha del tutto torto quando fa dell’educazione una questione di classe, anche perché ha spiegato in seguito che la sua generalizzazione non esclude che esistano fior fior di borgatari e pessimi figli di papà. E non ha torto nemmeno quando dice che il populismo è un’operazione consolatoria: urla chi non riesce a far valere la propria ragione, urla chi non sa, chi si sente umiliato, ferito, debole. Ha torto quando se la prende con la “mala educacion”, che non è la causa del malessere sociale, ma l’effetto. E indica un fallimento clamoroso della classe intellettuale, che non riesce più a spiegare la realtà ai ceti popolari, nonostante l’incredibile vastità di mezzi che ha a disposizione. Un fallimento di Serra, dunque, e dei professori che dovrebbero educare i ragazzini di Lucca e di tutte le città italiane. Manca l’operazione di mediazione, di traduzione della realtà in parole chiare e limpide. Spesso prevale la rabbia, che non è solo quella popolare. C’è anche quella degli intellettuali che non riescono a spiegarsi bene.

P.s. Un capitolo a parte meriterebbero i paladini che difendono il loro beniamino, accusando gli altri di analfabetismo funzionale. Argomento sempre più diffuso all’interno del club degli intellettuali incompresi (dove non mancano anche i problemi di analisi). Cosí, proprio come il borgataro umiliato che urla, trasformano la propria debolezza in un vanto. E aggrediscono gli altri sul piano in cui si sentono più forti: quello delle idee.

Da queste elezioni deprimenti ci può salvare solo un esercito di Luigi Manconi

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Ci avviamo verso la tornata elettorale più deprimente degli ultimi anni, dove il nostro voto sarà meno decisivo che mai. Grazie all’eredità del dibattito sul referendum renziano, dove si è colpita a morte la buona prassi di indicare un premier  in campagna elettorale – a forza di ovvietà del tipo “Ignoranti, in Italia non si elegge il governo” -, ci ritroviamo con i soli Di Maio e Grasso ad essere chiaramente indicati come leader delle rispettive forze politiche. Eleggeremo un Parlamento che non detiene più da tempo il potere legislativo, soverchiato da un esecutivo che agisce a colpi di fiducia. Eppure tutto ciò che è stato bello e coraggioso in questa legislatura – le unioni civili, il biotestamento, la legge sui minori stranieri non accompagnati e in parte anche la legge sulla tortura – nasce da iniziative parlamentari. Mosche bianche, singoli individui, indipendenti come Luigi Manconi – che il Partito Democratico non vuole più candidare – che, sospinti dalle forze della società civile, sono riusciti a creare consenso intorno a temi che all’inizio parevano impopolari. Perché ormai, sia chiaro, non si muove foglia senza consultazioni statistiche. I sondaggi hanno sostituito le ideologie.

L’orizzonte è più grigio che mai. Il Partito Democratico si propone come la forza della conservazione, ammantandosi del compito nobile di arginare i “populismi” e schiera sotto traccia il campione della tranquillità semaforica (ricordate il Prodi di Guzzanti?) Gentiloni, riserva della Repubblica sempre pronta ad amministrare un accordo – più o meno palese – con l’ex nemico Berlusconi. Il cavaliere, però, tiene il piede in due staffe: grazie agli alleati Meloni e Salvini può giocare in qualsiasi momento la carta della pancia del Paese, che non ha mai disdegnato di aizzare. Salvini a sua volta flirta a distanza con i Cinquestelle, subodorando la possibile “sola”. Ma il panda Grillo, pur avendo tolto dallo Statuto il divieto di alleanze, non ci sta e manda Di Maio a sbattere contro il muro delle consultazioni, sicuro di aver un Di Battista di riserva, che alla prossima tornata potrà rinfocolare l’anima più battagliera del Movimento, sacrificata per la rassicurante e vuota figura del buon Giggino. I Cinquestelle e Berlusconi hanno una sola cosa in comune: entrambi hanno sposato la religione del sondaggio, ben decisi a non lasciarsi scalfire da un’idea che sia una. A sinistra Liberi e uguali di Grasso sembra ancora troppo timida e restia a liberarsi dei fantasmi del passato, gente come D’Alema e Bassolino. Più Europa di Emma Bonino soffocata nell’abbraccio mortale di Renzi, alleata dell’odiato ministro Minniti (che resta sempre quello che ha fatto gli accordi con la Libia), non offre alcuna garanzia di discontinuità.

Gli unici che possono fare campagna elettorale nelle piazze, nei quartieri, sono Potere al popolo da una parte e Casapound dall’altra. E se i fascisti del Terzo millennio, proprio per il consenso popolare che stanno guadagnando, rappresentano il vero pericolo per la democrazia nel Paese, Potere al popolo cerca di batterli sul loro terreno. Da questo nasce l’ambiguità dell’unica lista di sinistra radicale presente alle elezioni, che non è riuscita ancora a esprimere una posizione unitaria sull’Unione Europea, per evidenti spaccature al suo interno. Una parte del movimento – rappresentata per lo più dalla piattaforma Eurostop – ritiene che per riappropriarsi del voto delle periferie sia necessario gridare all’uscita dall’Ue. Ma nelle periferie l’ideologia è morta da tempo, oggi tira più un pacco di pasta che qualsiasi argomento geopolitico.

L’unico antidoto a questa politica mortifera sono gli individui, il loro impegno, le loro passioni. Quindi partiti, tirate fuori tutti i Luigi Manconi che avete nascosto in fondo alle liste. Solo loro ci possono salvare.  Noi, in cambio, vi giuriamo che li voteremo.

Postilla: Se qualcuno crede che io sia in cerca di un leader, rispondo che mi dispiace ma è molto peggio. Sono in cerca di individui dalle passioni forti, sono in cerca di mosche bianche. L’esatto contrario di un leader: uomini e donne mossi da sentimenti e storie personali, che si battono senza calcoli e fino in fondo per ciò che ritiengono giusto. Il leader guarda i sondaggi, la mosca bianca guarda le persone in faccia. Manconi lo dice bene nel libro scritto a quattro mani con Christian Raimo, Corpo e anima: “La mia politica muove sempre da un nome, un cognome e un volto, e da una storia individuale per raggiungere, quando possibile, una questione generale”. E non è certo un ideale di politica, che dovrebbe essere di per sé il luogo del noi e non dell’io. Ma è l’unico modo possibile per fare una politica bella e coraggiosa all’interno delle istituzioni in questo momento storico. Fuori, per fortuna, è tutto un altro contro. Fuori dai palazzi, l’unico limite possibile è la nostra fantasia.